giovedì, gennaio 04, 2007

Il Professor Foce e la Montagna Incantata

Una volta, tanto tempo fa, conobbi un vecchio Professore. All’apice della carriera aveva insegnato epistemologia alla Sorbonne di Parigi, ma una volta ritiratosi dalle scene fu dimenticato da tutti, tanto che già da molti anni viveva in un ospizio per anziani. La sua magra pensione era appena sufficiente per pagare la retta della stanza al terzo piano che gli era stata assegnata. Si trattava di un locale angusto di non più di tre metri per cinque, con due porte finestre, che teneva sempre chiuse e con le serrande abbassate, dove campeggiava un letto ad una piazza e mezza in ferro e pochi altri complementi d’arredo, demodé e appena decorosi. Ma quella stanza non aveva nulla di diverso o particolare rispetto alle molte altre stanze che si affacciavano sui lunghi e anonimi corridoi di quella casa di riposo se non per la soprendente quantità di libri che conteneva: decine e decine di volumi, accatastati alla buona gli uni sugli altri, sino a formare alte colonne che ingombravano interamente la scrivania, l’ampia panca e persino il comodino, tanto da lasciare un minimo spazio per l’astuccio degli occhiali e la scatola delle pillole. Con i pochi spiccioli che gli rimanevano, infatti, il Professore acquistava saggi, romanzi, testi e trattati di ogni tipo, riviste e giornali, che lo tenevano occupato quasi interamente durante le sue giornate senza tempo. Possedeva così tante opere che la casa di riposo dovette mettergli a disposizione un ampio locale al pianterreno (oggi, una biblioteca), dove poteva riporre quelle che consultava con minore assiduità. Nella stanza c’era anche una poltrona con alti braccioli avvolgenti (l’unico oggetto non invaso dai libri) dentro la quale il Professore si compiaceva di sprofondare allorquando riceveva i suoi ospiti più graditi, intrattenendoli con amabili conversazioni.

Ebbi la fortuna di essere tra questi assieme a due altri compagni: Marco e Simone. Tra noi, che frequentavamo il liceo nella stessa classe, c’erano i legami della più stretta amicizia, per la stima reciproca e per una larga comunanza di interessi, sogni, vedute. Forse è ancora così, nonostante il fatto che le strade, col tempo, si siano divise. Chissà! Allora (al momento del nostro primo incontro con il Professore avevamo 18 anni), eravamo semplicemente i “suoi ragazzi": così ci chiamava affettuosamente lui e così a noi si riferiva quando annunciava per telefono una nostra comune visita alla sua “Nini”, la signora Guglielmina (quasi centenaria!), con cui – caso unico dentro alle mura dell’ospizio - aveva stabilito un’affinità elettiva.

Andavamo a trovare il Professore ogni sabato pomeriggio, per tutto l'anno, tranne ovviamente quando eravamo in vacanza o impegnati altrove per qualche motivo; non per questo, tuttavia, una volta tornati a casa o liberi di andarlo a trovare, eravamo esentati dal riferire per filo e per segno di quanto avevamo visto ed esperito. Ci teneva a sapere ogni cosa, soprattutto quali erano state le nostre impressioni e che opinione ci eravamo fatti. E guai a non averne in mente una! Non era certamente tipo da ammettere l’indifferenza verso le cose. Comunque sia, i nostri incontri erano sempre una festa, tanto per lui, quanto – soprattutto - per noi, per motivi che qui mi è difficile condensare in così poche righe. Dico solo che Sabato dopo Sabato passarono cinque anni, durante i quali il Professore-filosofo fu per noi come un faro che guida attraverso il buio della notte le navi al largo, conducendole verso le acque sicure del porto: nessuna scuola, nessun libro, nessun precetto o precettore aveva saputo o potuto illuminarci a quel modo. Fu lui, con il suo esempio, ad insegnarci che prima di tutto bisogna che dentro di noi arda sempre un “fuoco”, un desiderio appassionato, un interesse vivo e quasi religioso per le cose che ci circondano. L’indagare diventa quindi un atto successivo, naturale, morale e la conoscenza un riverbero di quella luce. Il Professore aveva un termine meraviglioso per definire questa attitudine interiore e qualità dello spirito: la curiosità. Di questo conversavamo nei lunghi pomeriggi in sua compagnia e quel faro, fortunatamente, mi guida ancora.

Il professore si chiamava Mario Foce. Ho voluto ricordarlo in questo primo post del 2007, che è anche l'anno in cui cade il centenario della sua nascita. Ne scriverò altri sul suo conto, perchè questa è una storia incredibile, unica e merita senz'altro di essere raccontata più estesamente in futuro, su questo blog o altrove, magari con la collaborazione di quei due amici: Marco e Simone...

Nota finale. Proprio oggi, tra l'altro, ho terminato di leggere uno dei cinque romanzi che reputava assolutamente imperdibili (la top five da leggere almeno una volta nella vita): La Montagna Incantata di Thomas Mann. Non è stato semplice, per stile e temi trattati, ma è sicuramente un'opera grandiosa. Denso di significati stratificati su più livelli e filosofia, lo definirei anzitutto il “romanzo del tempo”, come lo stesso autore suggerisce ad un certo punto della narrazione: quel tempo che al sanatorio Berghof (a Davos, sulle montagne della Svizzera) non conta nulla, annullato com’è dal fluire ozioso, sempre uguale e senza scopi, della vita dei suoi ospiti. La malattia e la silenziosa presenza della morte, che scardinano il senso del tempo e le convenzioni sociali che ne derivano per la vita operosa della pianura, diventano però gli strumenti conoscitivi a disposizione del giovane Hans Castorp, che come un novello Holden o Siddharta intraprende un cammino di vita, su una strada che è accidentata e tortuosa. Attraverso la pedagogica esperienza della malattia e della morte prova i suoi sentimenti (l’amore per Clawdia Chauchat, l’affetto per il cugino Joachim Ziemsen, l’amicizia con Peeperkor) e matura le sue convinzioni (mettendo a confronto le tesi dell’umanista Settembrini, con quelle del gesuita Naphta). Il finale ha un gusto molto amaro: scoppia la Guerra e Castorp, ormai praticamente guarito, scende in pianura per combattere, cercando di scansare, ancora una volta, la morte, che si abbatte tanto sui figli della pianura, quanto su quelli della Montagna Incantata. La guerra è una follia che distrugge tutto, ma quando arriva tutti sembrano prestare orecchio al suo irrazionale richiamo...

Nota. Volete sapere quali sono tutte le opere della top five? Eccole di seguito elencate:

I Miserabili di Victor Hugo,
I Fratelli Karamazov di Dostoevskij
Guerra e Pace di Tolstoj
Faust di Goethe
La Montagna Incantata di Thomas Mann

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ho avuto modo di conoscere il professor Foce,siamo andati a trovarlo un giorno, tutta la famiglia, perchè lui stesso aveva espresso il desiderio di conoscere i familiari dei suoi ragazzi...Quel giorno c'era anche la nonna...Ne rimasi affascinata e compresi subito perchè tre ragazzi diciottenni avevano tanta voglia di stare con lui, in quell'angusta stanzetta dalla quale scaturivano tesori!
E ricordo ancora il giorno in cui gli chiesi se c'era una pietanza che gli sarebbe piaciuto gustare, visto che sono siciliana.
Mi disse con un filo di voce:"Una frittata di zucchine." Così ho preparato quella frittata...
Caro professore, se ci vedi da lassù sai che ti pensiamo ancora con tanto affetto
Carmela